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Irrigazione srl

Racconto breve di Giulia Costi

irrigazione srl

Tim salutò la moglie con un bacio e uscì di casa per andare al lavoro. L’aria era così secca e calda che toglieva il respiro, ma Tim, così come tutti gli abitanti di Weinenland, c’era abituato. Qualche anno prima il figlio quattordicenne gli aveva chiesto di descrivergli la pioggia, ma Tim non aveva saputo cosa rispondere, si era limitato a bofonchiare qualcosa di incomprensibile. In quel momento, mentre stava camminando verso il recinto, un brivido gli percorse la schiena: cosa avrebbe detto al figlio se gli avesse chiesto della neve? Lui naturalmente gli aveva proibito tutti i film classici sul natale, nei quali compariva sempre la neve accompagnata dal suono di campanellini e gridolini di gioia. Dal 2019 i registi, sollecitati, per così dire, dai governi, avevano cominciato ad eliminare pioggia e neve dalle loro opere e così, nei film natalizi moderni ci si limitava ad aggiungere qualche nuvola con un programma di grafica.

«Ciao Tim!» lo accolse il custode del recinto.

«Buongiorno signor Cleigh»

«Quante volte ti devo dire di chiamarmi semplicemente Bob?»

Tim si diresse verso il suo ufficio senza degnarlo di una risposta. Si allentò il nodo della cravatta, il caldo cominciava già a farsi sentire. Aprendo la porta dell’edificio una scia d’aria condizionata gli gelò il collo sudato.

«Finirò per ammalarmi» mormorò tra sé

«Simmons!» la voce del suo capo risuonò nel corridoio.

Tim aprì le braccia in un moto di disperazione.

«Entri, Simmons, non si perda in inutili convenevoli»

Tim varcò la soglia dell’ufficio e si sedette sulla poltroncina di pelle nera. In quella stanza ci saranno stati dieci gradi.

«Ho i risultati delle analisi condotte ieri dal dottor Hoppus», aprì la cartellina contenente i documenti del settore di cui Tim era responsabile, «non sono buoni»

Tim non rispose, tutta la sua energia mentale era occupata a sostenere lo sguardo furibondo di Bells.

«Hai sette dipendenti da controllare, così come ce li hanno tutti i capi area, eppure i tuoi sono i risultati più bassi, e di molto», disse esaminando ancora una volta i dati di Hoppus, «Vedi di rimediare», chiuse la cartellina e la discussione.

Prima di andare al campo Tim si fermò in ufficio per rispondere alle e-mail che non poteva più far finta di non aver letto. Tutti clienti che si lamentavano dei ritardi nel concedere l’affitto delle terre. Era nervoso, il colloquio, anzi, il monologo di Bells lo aveva irritato a tal punto che non riusciva a concentrarsi.

«Robin!»

L’assistente di Tim entrò di corsa, «Mi dica»

«Perché il suono delle catene è così forte oggi?»

«Il signor Campbell ci sta.. ehm… dando dentro con la sua squadra.»

«Immagino che allora non ci sia modo di ridurre questo…» non si sforzò nemmeno di trovare le parole e si limitò a indicare la finestra.

«Se vuole posso chiedere al signor Campbell…»

«No, lascia stare» sbuffò, «senti, io devo andare al campo… pensaci tu a queste e-mail».

Gli occhi di Robin scintillarono: quella era la tanto desiderata grande responsabilità che stava aspettando da mesi.

«Sono tutti clienti incazzati, cerca di trattarli con gentilezza e accondiscendenza, ma fai valere le nostre ragioni. I clienti sono delle brutte bestie. Tu scrivi le bozze poi ci penserò io a controllarle prima di inviarle. Fai un buon lavoro, mi fido di te.» Tim fece il giro della scrivania, diede una pacca sulle spalle a un estasiato Robin e uscì.

«Sai cosa mi hanno raccontato su di te, Harry?! Che sei così stronzo che quando ti chiamano figlio di puttana tua mamma lo prende come un complimento» spinse più in profondità i tacchetti di metallo, «e tua moglie, come sta? Ah dimenticavo, i vermi le stanno mangiando quella faccia da troia che si ritrovava. Scommetto che è a questo che pensi ogni notte prima di addormentarti, solo come un cane in quel letto per due… ai vermi che mangiano le labbra che per anni hai baciato! Ma sai cosa è più triste? Che nessuno, proprio nessuno, penserà a te quando sarai tre metri sotto terra. Puff. Sparito, dissolto, come questa fottuta terra polverosa su cui stai sdraiato a muso in giù tutto il giorno. Allora? Non riesci nemmeno a piangere della tua vita di merda? Guarda Jerry, lui sì che piange come si deve, guarda, guarda il suo pezzo di terra come è bello umido! E guarda il tuo, non ci crescerebbe nemmeno un fottutissimo cactus qui!»

Jerry, sentitosi chiamare, sollevò la testa dalla polvere e guardò Tim.

«Eccolo il nostro gran lavoratore!» fece Tim senza togliere i tacchetti dalla schiena di Harry.

Jerry aveva tutta la faccia ricoperta di polvere, le labbra sporche di terra mista a saliva tremavano convulsamente, gli occhi erano rossi e gonfi.

Tim gli si avvicinò e prese a tastagli il viso asciutto «Non una sola lacrima sprecata, tutte a terra. Bravo Jerry! Come mai tutto questo zelo?»

«Mia f-f-figlia è… m-m-m-morta» balbettò scoppiando in lacrime.

«Ottimo! Non pensi che sia ottimo?» chiese tenendo la testa di Jerry schiacciata a terra.

Jerry mugugnò qualcosa.

«Vedi qual è il tuo problema? Vedete qual è il problema di tutti voi?» disse alzando la voce di modo che anche gli altri potessero sentire, nonostante i singhiozzi e il rumore delle catene, «Non riuscite a vedere più in là del vostro naso! La figlia di Jerry è morta? E allora?! Sapete quante persone muoiono ogni giorno? Se foste più accorti capireste che la morte di chi amate è una risorsa per voi e per l’azienda! Vi spinge a dare di più, a piangere con più veemenza, a far rifiorire questa terra che non conosce la pioggia e l’acqua! Che cazzo! Secondo voi chi ve li paga tutti quei Martini al bar? I clienti! E cosa vogliono i clienti? Terra da coltivare, non questa merda», indicò il quadrato di Harry, «Sono finiti i tempi del dolce far nulla, di quando ci pensava la pioggia a questa terra maledetta. La volete sapere una cosa?! Fidatevi, non volete, ma io ve la dico lo stesso. Sapete cos’altro irriga la terra a parte le lacrime? Il sangue! Chi di voi non riesce più a versare le lacrime necessarie rimedierà con il sangue, a me non fa la minima differenza! E ora piangete, piangete per me, stronzi!»

La luce perlacea della luna entrava dalla finestra aperta. Una brezza leggera faceva svolazzare le tende ormai logore: era sempre stata Annie ad occuparsene, così come faceva con i tappeti e i quadri del salotto. Harry non aveva mai fatto caso a questi dettagli e così scatenava puntualmente la furia di Annie. Ma da quando si era ammalata i tappeti non venivano più lavati con regolarità, i quadri rimanevano appesi immobili ai loro chiodi e i colori delle tende non cambiavano più a seconda della stagione. Solo dopo la sua morte Harry si era accorto di quanto fossero enormi quei dettagli. In quel momento, mentre era sdraiato da solo su un letto matrimoniale illuminato dalla luna, ogni macchia, ogni strappo, ogni ricamo scucito sembrava ricordargli da quanto tempo era rimasto solo. La voce di Tim gli riecheggiava nelle orecchie e, per quanto si sforzasse di tener separata la vita privata dal lavoro, le parole urlategli quella mattina gli erano rimaste impresse come un marchio a fuoco. Harry sorrise tristemente: almeno non aveva pianto, di questo era orgoglioso. Non avrebbe mai più permesso a nessuno di strappargli le emozioni dal cuore, di rubarle, di gettarle a terra e seppellirle. Si era stancato di seppellire ciò che amava.

Una folata di vento più intensa aveva fatto vibrare le tende e finalmente Harry si lasciò andare in un pianto liberatore.

Giulia Costi

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Author: Giulia Costi

Ci sono domande a cui non riesco a dar risposta e pensieri che mi scavano un buco nel petto. Leggere e scrivere sono la mia medicina, il mio oppio, il filo da sutura che tiene insieme i pezzi del mio io.

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2 Comments

  1. complimenti giulia!

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    • Grazie!

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