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Nella Metro

Racconto di Gianluca Vittori

Era il 2002 o il 2008. Non ricordo mai le date. Soffro di atemporalità cerebrale, e non ho mai indagato su un’eventuale cura. Ci convivo, ecco tutto. Fatto è che in quel periodo, qualunque esso fosse, tornavo a casa dopo aver avuto l’ennesimo colloquio di lavoro. Mi ero vestito bene. Camicia, pantalone, un filo di sorriso da prestazione e l’italiano come da procedura, senza inflessioni dialettali. Scesi nella profonda gola della metro Cornelia. La metro Cornelia è tre livelli sotto terra. Scendevo le scale mobili. Ero educatamente posizionato sul lato destro della scala. Da sinistra sfrecciavano le persone che non volevano attendere il naturale evolversi della scala mobile. La metro compie un passaggio ogni due minuti, eppure quasi tutti gli avventori preferivano correre, per prendere il passaggio in tempo. La fretta, patologica e irritante fretta. Che ti toglie il fiato. Che spesso ti lascia dentro un senso di incompiuto. Che ti risucchia in un vortice di azioni, tutte regolate dall’unità di misura della fretta. Non ti chiedi mai il perché, sai solo che è così. E non sapresti dirlo neanche più, da quanto tempo è che corri.

Le persone scorrevano forsennatamente come lancette su un orologio al quale non puoi scampare. Correvano, per risparmiare quei due minuti. Nel mio stato di inerzia emisi un sospiro cinematico. L’aria frustrata che usciva dalla mia bocca era l’unica cosa di me che sviluppava un movimento. Giunsi al terzo livello, timbrai il biglietto, e scesi gli ultimi gradini. Un’aria fresca e improvvisa mi colpì il viso. Una luce riempì il tunnel, poi il suono distorto giunse alle orecchie e la metro arrivò sulla scia di un assordante rumore luminoso. Le porte si aprirono con una dinamica spaziale. Entrai, insieme a tutti quelli che mi erano sfrecciati davanti scendendo rapidi dalle scale mobili. Quelli che mi erano passati al fianco sinistro. E avevano lasciato la sensazione di una spina che si conficca, come il tempo che infilza la vita di un vecchio. Eravamo tutti inabissati nella terra, ma quell’idea non sfiorava nessuno, ne ero convinto. Come se stare lì sotto fosse del tutto normale. Come se quel cambiamento d’aria non provocasse alcuna differenza. E se l’inferno fosse una fredda e grigia fermata della metropolitana dove tutti siamo costretti a correre senza meta, senza scopo, senza sosta, senza scampo?

Il naso fu avvolto da un odore d’aglio e di vecchio metallo. Emisi un sospiro, profondo mentre, prima di altri, riuscivo a sedermi. La maggior parte rimase aggrappata alle aste di ferro, appesi, come scimmie ammaestrate. Incrociai le braccia e fissai un punto a terra, per non incrociare nessuno sguardo. All’altezza della fermata REPUBBLICA sentii una musica. Uno zingarello di circa dodici anni attraversava i vagoni suonando con la fisarmonica una versione della lambada. La fisarmonica era grande la metà di lui. Il ragazzo aveva le unghie nere di sporcizia e, nonostante facesse freddo, indossava un paio di vecchie Superga bianche, senza calzini. La metro barcollava ma lui era ben piantato a terra, con le sue Superga logore. Le mani sullo strumento che si accorciava e si allungava emettendo suoni fischiati, e i piedi ben saldi, aderenti al pavimento, in un’interazione gravitazionale, con lo sguardo perso nello spazio-tempo. Non avevo monete, gli misi nel cappello delle offerte due sigarette. Se ancora non fumava, avrebbe iniziato presto. E quelle due sigarette erano un buon pretesto. Bisbigliò un grazie, senza neanche guardare me o le sigarette, poi si fece spazio tra le persone in piedi, e continuò a mostrare il cappello, senza spostare lo sguardo dal punto fisso del suo orizzonte immaginario. Alla fermata TERMINI scesero, lui e la fisarmonica. Io proseguii. Non ricordo la data, ma la situazione era questa. Provate a capire.

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Author: Alieni Metropolitani

Gli Alieni Metropolitani non cercano soluzioni. A volte ne trovano… é irrilevante. Appartengono alla Società e con sguardo consapevole ne colgono l’inconsistenza. Non sono accomunati da ideologia, religione o stile di vita ma da una medesima percezione del mondo. Accettano i riti della vita, riuscendone a provare imbarazzo. Scrivere! Una reazione creativa alla sterile inconsistenza del mondo.

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