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Piccole paranoie su Alessandro Baricco, alias Mr.Gwin

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una recensione di Giorgio Michelangelo Fabbrucci

Nessun autore mi aveva mai ha interessato così tanto dal punto di vista antropologico. Ah! Alessandro Baricco! Forse per un breve tempo ne sono stato persino ossessionato. Devo confessarvi che prima della lettura di Mr.Gwin ho cercato su You Tube i filmati bootleg delle sue presentazioni pubbliche. Ne ho guardati tre: all’inizio del terzo video mi sono accorto che l’uomo supera in talento il pifferaio magico. Voi siete lì, immersi da donne quasi belle con gli occhi a cuore, lo sentite parlare e dopo qualche minuto iniziate a sorridere anche voi; seguite il suo gesticolare lento mentre parla del Louvre e di quel quadro che ha ispirato Oceano Mare. Osservate i suoi ricci brizzolati, il suo maglione largo, i suoi occhi che si stringono quasi a cercare l’immagine più eloquente per tratteggiare una situazione surreale… e mentre il tempo scorre, mentre avete il dubbio di essere diventati omosessuali, sentite una voce che vi condanna per non aver letto Emmaus, o magari Seta. Poi vedi un’altra presentazione e ti accorgi che tutte quelle parole, quelle immagini, financo quei gesti, sono identici alle presentazioni precedenti.

Un copista. Mr.Gwin. Bravissimo. Ti ammalia. Ti conquista.

Così compri il libro e ti dici che insomma dopo quel mattone di Roth, una pausa te la poi anche concedere. E mentre racconti a te stesso che non sei gay e che quello che hai in mano è un libro leggero, ecco che ritorna la sua immagine, mentre gesticola lentamente, il dito intorno al riccio brizzolato, piano. Un copista. Mr. Gwin. Così ti rammarichi della tua superbia e inizi a pensare che in fondo è stato lui a spiegarti in televisione La Trilogia della Frontiera mentre sulle altre reti scoreggiavano; é stato lui a promuovere pubblicamente un capolavoro come Bartleby lo Scrivano, riuscendolo a spiegare anche alla sciuraFranca mentre rimesta la Polenta; ti ha fatto anche vedere la faccia incazzata di Salinger scattata da un paparazzo al Supermarket; inizi a non vergognarti più di aver letto Novecento in una notte, quando il giorno dopo avevi l’interrogazione.

Verso il risotto nel piatto (maledetto me che ogni tanto accendo la televisione) ed eccolo di nuovo. I suoi ricci, il suo gesticolare anche mentre mangio. E’ lui: Mr.Gwin. Presenta il suo libro a Fabio Fazio: Mr. Gwin.

Poi si alza e racconta la storia degli arcieri giapponesi, del rinascimento giapponese, dei gesti unici, delle stampe perfette e infinite del Sol Levante; poi ti guarda, fa un respiro (ma non ci casco più, adesso so che lo ha studiato allo specchio) e ti dice:“Scriviamo libri per scegliere quanto di più raro c’è nell’universo e di più caro c’è nel nostro animo; e  lo lavoriamo con un materiale affascinante come la lingua e le parole […] e tutto questo solo perché vogliamo testimoniare di cosa sia capace un certo genio umano e per esprimere in qualche modo il gusto di un maestro (pausa teatrale)… di quel maestro che in quel momento, siamo noi”. (applausi commossi).

Così mi chiedo: ma come diavolo fa a imbelinarmi in ogni santa occasione?!

Prendo il libro. Adesso non mi freghi, penso. Ho un “leggero” pedigree di letture potenti, penso; e inizio a scoprire la storia di un uomo di successo che ha deciso di non scrivere mai più in vita sua. Lo ha fatto in modo plateale, pubblicando cinquantadue punti di diniego, sulle pagine del Guardian. E’ Mr.Gwin. Uno scrittore di fama che non si sa bene il perché ad un certo punto decide di lasciare quella porzione di mondo che si chiama scrittura, che si chiama editoria, che si chiama letteratura. Poi un giorno cammina sotto la pioggia e si trova costretto a trovar rifugio in una galleria d’arte. Vede delle foto. Il pittore. La modella. Lì. Immobili, silenti ma per qualche verso eloquentissimi. L’eloquenza dell’intimità, della conoscenza profonda, che non ha bisogno di parole. E così, per un lampo (il medesimo raccontato nelle presentazioni dell’autore prima di scrivere Oceano Mare), decide che sarebbe diventato un copista. Compra un garage, lo ristruttura, conosce un folle ed ammaliante artigiano di lampadine e ne ordina trentadue. Trentadue Caterina de Medici (perché ogni lampadina viene battezzata), dal colore infantile che illumineranno le pose dei suoi clienti. Uomini e donne che per un mese staranno al suo fianco in silenzio e nudi, nella speranza che dalle mani di Mr. Gwin ne esca un ritratto che sia capace di scavare negli abissi dell’animo. Ci sono ovviamente altri personaggi e altre storie, che formano un intreccio surreale e romantico, che danno un senso al testo e che lo faranno vendere, senza dimenticare piccoli e commoventi colpi di scena.

Ma il cuore di tutto è l’ostinata volontà di un uomo deciso a rinunciare alla creazione di storie per approdare alla copia, alla ripetizione seriale.

Chiudo il libro e faccio un sorriso. Non so perché ho sorriso. Poi ho guardato la copertina e mi è venuto in mente Bartleby lo scrivano. E dopo essere giunto alla rapida conclusione che con il personaggio di Melville, Mr. Gwin non ha nulla da spartire mi sono reso conto di ciò che avevo letto. Una storia basata su un equivoco. Perché Mr. Gwin non fa il copista. Non per un solo istante. E’ scritta ovunque la parola copista, e la utilizzeranno tutti coloro che cercheranno di presentarvi il testo… ma non dategli retta! Mr.Gwin continua a scrivere. In modo diverso certo, per singole personalità certo. Ma continua a scrivere. E lo fa, lo scoprirete alla fine, anche in altre e ben più intriganti maniere.

Tutto falso dunque! Perché l’autore allora si ostina a presentare questo romanzo, con quella maledetta parola: copista?

Esce un’intervista sul Venerdì di Repubblica e capisco tutto.

Baricco è Mr.Gwin. Mr. Gwin é Baricco. Un uomo che sente nel suo cuore la debolezza della letteratura nel terzo millenio. Che forse ha accarezzato l’idea di scrivere il grande romanzo italiano, ma solo per un attimo. Perché si è guardato attorno ed ha visto che in fondo non sarebbe importato che a poche, pochissime persone. Ha scelto quindi la creta delle parole cesellate, delle immagini surreali, per raccontare a tutti noi gesti vani, a tratti irragionevoli, divinamente struggenti.  Il copista della propriaweltanshauung. Il copista di alcuni intimi pensieri, che non vogliano spiegare mai nulla, se non sussurrare al cuore forse, di chi li ha partoriti.

Il talentuoso pianista, dopo aver visto New York dal ponte della nave, si convince di non poter scendere.

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Author: Giorgio Michelangelo

Giorgio Michelangelo Fabbrucci (Treviglio, 1980). Professionista del marketing e della comunicazione dal 2005. Resosi conto dell'epoca misera e balorda in cui vive, non riconoscendosi simile ai suoi simili, ha fondato gli Alieni Metropolitani... e ha iniziato a scrivere.

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14 Comments

  1. credo che la bravura di quel paraculo di baricco stia nel farci credere che potrebbe scrivere il “grande romanzo italiano” per poi non farlo.
    ad ogni modo, l’ho pensato pur io. mannaggiaabaricco.

    I.

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  2. Bellissima recensione ma su Baricco io sottoscrivo parola per parola la lettera che gli ha scritto Antonio Moresco

    http://www.ilprimoamore.com/blog/?p=204

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  3. Concordo con Giorgio, Baricco parlando riuscirebbe a spiaggiare le balene.
    Però mi ritrovo anche nelle parole di Baricco, quando dice che oggi l’arte è tornata ad essere quello che era, artigianato.
    Non perché ci sia una crisi di valori e un surplus di valori economico-pubblicitari, ma perché a mio avviso non esiste più lo Scrittore.
    Non si scrive Grapes of Wrath senza aver vissuto come bracciante in tendopoli, né Viaggio al termine della notte senza strisciare nel fango di una trincea, né Disubbidienza civile senza esser finiti in galera e vissuto nei boschi.
    Oggi si vuol essere scrittori (o artisti), con il riscaldamento, il contratto fisso e quattro salti in padella.

    A quanto pare non solo è finita la storia (come afferma Fukuyama) ma anche la grande letteratura. Dalla mia camera riscaldata, davanti al mio macbook, non posso che cliccare “Accetta”.

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  4. Baricco sa scrivere. Nessuno può dire il contrario. Ha la capacità di scegliere la parola giusta al momento giusto. La sua scrittura è scorrevole e mai pesante. Potrebbe appassionarti anche se scrivesse la lista della spesa. Ma è un ruffiano. Scrive per piacere. Quando parla dei barbari è lui il primo ad aver fatto incetta della letteratura rendendola mercato. Condanna e si strappa i capelli (per quanti ne abbia ancora) accusando che la “vera” letteratura non trova più spazio. Ma i libri sono fatti dagli uomini. Sono loro ad essere cambiati. Ha ragione Emanuele, troppo comodo scrivere al caldo della poltrona. Mancano gli scrittori. Manca (opinione mia certo) tutta una classe intellettuale ad essere sinceri, in grado di esporsi ed assumersi responsabilità. Si scrive per vendere. Tutto è mercato. Fatevene una ragione. Ma nel mare del mercificio la gioia è scovare perle.

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    • Scusate il commento delirante ma sono a lavoro e l’ho scritto di fretta mentre facevo un’altra decina di cose…

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  5. Non credo che il requisito per essere scrittore sia necessariamente la sofferenza. Almeno non quella di fare la fame. Sofferenza è altra cosa, ben connaturata all’uomo. Sofferenza è il parto creativo, per me. Così affine ad ogni forma d’arte. Baricco è il soggetto di questa discussione perchè la recensione è dedicata a lui. è colui che ha ottime capacità tecniche ma fa un lavoro ingegneristico, tecnico, calcolato. Non so come spiegarmi. Giorgio lo ha fatto meglio di me. Lascio la critica ad altri più bravi. Io non ne sono capace e non me ne occupo. Per quanto riguarda il rapporto lettore/editore è indiscutibile che ciò che viene prodotto e letto è ciò che si vende. Questo dibattito è lo stesso sull’eteronomia dell’arte. Siamo dipendenti, io, te, chiunque voglia sopravvivere di una passione. Siamo costretti a subire il condizionamento se di quell’arte vogliamo vivere. Io non vivo di ciò che scrivo e quindi sono libero, libero di scrivere anche cose brutte. Il postmodernismo, ad esempio, è l’ammissione di uno spaesamento. Baricco è un mestierante, per me. Bravo, certo, ma inutile. Ci sono docenti autorevoli che sostengono che la letteratura sia morta. Per me non è mai stata viva. Non lo è nessun tipo di arte. La vita è un’altra cosa. Mi dispiace solo di vivere in un epoca in cui la bellezza è stata travisata. Il lettore ha disimparato ad apprezzare le cose belle perchè la bellezza è diventata qualcosa di distorto, snaturato e capisce quando qualcosa è bella solo se vende 100.000 copie. Orrore. Non ho artigiani illustri sul comodino (forse perchè non ho neppure il comodino). Per me l’amore più alto è l’amore segreto. Il libro più bello probabilmente è quello che ancora non ha letto nessuno. Il lettore però è il prodotto di una società ma non ha colpa. Gli scrittori, invece, che anche per me esistono ancora, hanno eretto barricate. Vedi McCarthy. La sua scelta di appartarsi è l’ammissione di una sconfitta dell’arte.
    Ma sono solo opinioni

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  6. Ciao Marco, non ti posso rispondere sugli esempi che hai citato perché ultimamente leggo molta saggistica.
    Non credo assolutamente che la sofferenza sia lo spunto esclusivo per fare letteratura.
    Lo è certamente l’esperienza, nel senso di vita vissuta sulla propria pelle. Ed è la mancanza di questa che attaccavo nel mio commento. Tolstoj era ricco, non soffriva nel senso fisico del termine, ma ha fatto certamente soffrire la moglie fuggendo alla civiltà per tornare ad una vita nomade. Era una figura in eterno movimento.

    Di scrittori bravi ce ne sono a tonnellate, quello che cerco però in un libro è la voce unica di scrittori che hanno una visione diversa perché hanno avuto, appunto, una vita diversa.
    La vita in casa alla finestra del Leopardi è puro sofismo, vita riciclata da altri.
    Sorrentino fa dire a Titta di Girolamo: “Ci vuole per coraggio per morire in modo rocambolesco”; per me “Ci vuole coraggio per scrivere in modo rocambolesco”.

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  7. In primo luogo grazie di cuore per questa sana e alta discussione. In un universo di Blog inutili, queste vostre considerazioni, questo vostro dibattere, coprono di una foglia d’oro tangibile le pagine virtuali e aliene. Perché le rendono vibranti di una passione rara, a cui tutti i lettori potranno attingere o quanto meno provare verso di esse, curiosità.
    Ciò detto mi butto, seppur impropriamente perché autore del testo, nella mischia.

    La dialettica tra la vita e la scrittura non è argomento su cui a mio parere si possa prendere una parte. Perché vi sono isolamenti dovuti al disgusto di un vissuto fin troppo sofferto, come al contempo vi sono gabbie di sofferenza proprio tra coloro che la vita non l’hanno mai morsa. Non riesco a immaginare un rapporto causa ed effetto.
    Lo immagino invece per ciò che concerne lo Spirito di un uomo. In qualsiasi condizione l’uomo viva, il suo Spirito lo può strappare a quella situazione e portarlo altrove, anche a pochi centimetri al di sopra dei fatti, cambiando però di fatto prospettiva. Se vi è Spirito nell’autore, vi è nello scritto e di rimando qualcosa accade anche nello Spirito del lettore, che in qualche modo cambia, freme, riflette, fugge.

    Ciò che rilevo, senza la pretesa di avere ragione o di dire la verità, è la preferenza da parte tanto dell’editoria quanto dei lettori (che sono totalmente legati gli uni agli altri) di voci timide, tranquille, inermi, acquiescenti.

    Qui prodest? Non penso vi sia chi ci guadagni più di altri. Semplicemente, in un mondo massificato e iperpopolato, ma soprattutto consumatore indigesto di tempo in modalità inutili, il prodotto più consono è quello che viene letto con maggior leggerezza e speditezza.

    Nondimeno la curiosità è virtù molto diffusa ed i curiosi sono i nostri migliori alleati. A loro dobbiamo lanciare le nostre idee e le nostre proposte, per salvare da un lato e per sviluppare dall’altro, la tragica e vacua bellezza del nostro tempo.

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  8. Si scrive per vendere, lo riconfermo. L’intellettuale si è adagiato sulla vendita. Anche l’argomento scomodo, spesso, è scritto con buonismo, politically correct, attento a non minare troppo il cervello del lettore. Magari questo può anche essere una mediazione della casa editrice (che per carità, se vuol sopravvivere deve vendere) per raggiungere un pubblico più vasto; ma la rottura? L’avanguardia? Il rinnovamento (che è proprio di qualsiasi arte)? Post moderno dice tutto e non dice niente. è un grande calderone dove nessuno di noi riesce bene a collocarsi. Una piazza troppo vasta dove non c’è orientamento. Siamo stati abituati a pensare per generi e questo adesso, incapaci di definire “il” genere, ci costringe a discutere di metaletteratura. Spesso mi sento più affine ad un opera di Bansky che non ad un libro scritto bene. Sarà che ci sento autenticità.
    @marco: non conosco tutti gli autori che citi. Ne conosco però d’importanti. Tanti di questi hanno avuto difficoltà, oltre che col mondo, anche con il mondo letterario. L’esempio di McCarthy era riferito alla sua poetica: l’inevitabilità della morte e il suo prendere le distanze dal mondo accademico. Inevitabile. Non ne fa parte. Altri hanno avuto vite e morti difficili.
    Non è resa la mia, è boicottaggio. E non mi piango addosso. Ho finito ieri notte alle 2 Il richiamo della foresta. Un libro dell’infanzia. Leggendolo adesso sono rimasto folgorato. Incredibile. Lui è sempre lì. La letteratura, per chi è curioso, è sempre lì. Ognuno è libero di leggere ciò che vuole, e più si legge meglio è, anche sciocchezze. Mi dispiace però che il mercato soffochi le voci che per merito dovrebbero stare in alto.
    Giorgio ha ragione parlando della curiosità come virtù e io fondamentalmente ripongo grande fiducia nella letteratura. Altrimenti non leggerei, nè tanto meno, scriverei. Ho molta meno fiducia nell’essere umano. Sono daccordo in pieno con Emanuele quando parla di bisogno di una visione diversa.

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  9. Caro Emanuele Mannocci, chi ci impedisce di scrivere di contratti fissi, riscaldamenti e quattro salti in padella? Guarda cosa ha fatto Joyce con molto meno. Il punto è che da qualche decennio lo scrittore è diventato una merce come il suo libro, quindi deve presenziare, viaggiare, pontificare e vendicchiare come un piazzista qualsiasi, sottraendo tempo al lavoro che nella maggior parte dei casi è l’anello debole della catena (vedi Scurati, personaggio mediaticamente interessante, ma scrittore al cui confronto Baricco è Tolstoj). Anche l’assenza programmatica di un Pynchon o di un McCarthy è strategica e finisce per essere presenza invadente. Paradossalmente, da quando “l’autore è morto” (Roland Barthes dixit) è sempre in mezzo alle balle, a discapito della letteratura.

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  10. Ho letto con estremo interesse i vostri commenti, dei quali condivido alcuni concetti: avete esternato idee intelligenti, rare e per me preziose. Pensieri che infondono speranza, per chi non vuole cristallizzare il proprio encefalo nell’immobilismo piu assoluto.
    Non ho intenzione di commentare a mia volta i vostri pensieri, primo perchè appesantirei la discussione, secondo perchè, con discrezione, preferisco sbocconcellarli e assimilarne stralci. Metabolizzarli e crescere nella consapevolezza di certe cose.
    Perciò grazie.
    Per come la vivo io (e quanto sto per dire non è nemmeno un pensiero, ma una sensazione epidermica, un marchio tatuato a fuoco sulla pelle, dunque istinto passionale scevro dalla realtà) la letteratura è la Salvezza. La mia personale Salvezza. Aborro la realtà e mi ci confronto poco, per una scelta, logica e inevitabile, operata a suo tempo: la Letteratura è un mondo parallelo, bellissimo, libero e sincero, dove pochi hanno il diritto di accedervi.
    La Letteratura è Vita autentica, secondo me.
    Non è detto che chi scrive libri faccia anche Letteratura, sia chiaro: McCarthy, DeLillo, l’immenso Moresco, Barth e pochi altri eletti ne fanno, Baricco a mio avviso scrive libri. Un ottimo ebanista commissionato dal XXI secolo, con tutto il rispetto per la categoria, nulla di piu. Fra cinquant’anni nessuno si ricorderà piu di lui, mentre ancora si parla di Manzoni, del tanto vilipeso Leopardi, di gente morta da centocinquant’anni e rotti. Qualcosa vorrà pur significare.
    Quello che voglio dire è che costoro, al pari di chi, per davvero, fa Letteratura, la vive come missione: l’unica totalizzante missione della vita. Io lo comprendo, lo approvo, lo condivido ma, soprattutto, avverto quest’incipit emozionale che vive e pulsa, sulla mia pelle. Al momento (probabilmente per sempre) non ho gli strumenti per aspirare a quelle alte vette, ma sono convintissimo che uno scrittore meriti quest’appellativo, e sia degno di rispetto nel momento in cui, al di là degli esiti stilistici della sua arte, sia mosso da autentico amore carnale, viscerale, quasi santifico, nei riguardi delle Lettere e dei Libri. Li scrivo tutti così, questi concetti. Tutti con l’iniziale maiuscola: lo trovo giusto e necessario.
    Quello che sto cercando di dire è che al di là di scelte e gusti personali, opinioni difformi eccetera, avverto che le vostre parole, sempre e comunque, sono mosse da questo sentimento vivo.
    E ne sono felice.
    Per quanto mi riguarda vivo in maniera totale e completa il rapporto con i Libri: ognuno di essi è un’avventura, un mondo nuovo, un’occasione di crescita e una via di fuga.
    Perciò sia benedetta la Letteratura, nel senso piu pieno del termine, e siano benedetti anche gli scribacchini senz’anima, piegati alla logica di mercato: i loro limiti innalzano e rendono ancor piu vera la bellezza di un dono, l’amore viscerale per le Lettere, che non tutti hanno avuto la fortuna di ricevere, nel proprio cuore.

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  11. Personalmente sono un appassionato del grande Baricco che da sempre trovo geniale ed elegante. Ho letto anche il suo ultimo romanzo appunto Mr. GWYN e non solo non delude le aspettative, ma è un gran ritorno al maestro di scrittura che conosciamo. Per chi fosse interessato a gustarne alcuni tra gli estratti più belli di questo ultimo libro..

    http://www.youtube.com/watch?v=zogA94TD1ls

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  12. Un commento bellissimo e intelligente che inquadra bene tutto quello che ho pensato.
    Complimenti!

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  13. Bellissima la recensione di Giorgio e molto interessante la discussione. Sono un’appassionata di Baricco anche se è un ruffiano incantatore di serpenti. Probabilmente non sarà lui a scrivere il grande romanzo Italiano, eppure non condivido che si definiscano i suoi libri belli ma inutili. L’arte in sé può essere allora definita inutile, eppure bella. Ma non è proprio questa bellezza, le emozioni che riesce a suscitare la sua stessa utilità? Nella società in cui ci troviamo l’unica forma di salvezza è l’arte, è questa capacità di creare bellezza. L’arte, la letteratura hanno una funzione catartica, di risvegliare e catalizzare i pensieri più nascosti dell’essere umano, di “riportare a casa”, proprio come dice Baricco ognuno di noi. Esattamente come sempre Baricco descrive in City, “gli uomini hanno case ma vivono nelle verande”, abbiamo bisogno ogni tanto di “essere riportati a casa”, di risvegliare le nostre coscienze e la nostra vera identità, e Baricco almeno in parte riesce a farlo. Non giudico un’opera solo in base a come è scritta ma in base a quello che riesce a suscitare in me, a quanto riesce a “riportarmi a casa”, ebbene, Baricco sempre ci riesce, che sia un ruffiano, o uno scrittore che tra 50 anni sarà dimenticato, avrà comunque contribuito a creare bellezza nello squallido panorama attuale.

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