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In questi anni, con assoluto fastidio, ho cercato di spiegare ad amici e conoscenti il motivo per il quale ritengo Isabella Santacroce una delle voci letterarie più importanti della contemporaneità italiana. Purtroppo per me i miei amici e conoscenti sono, per l’appunto, italiani, e quindi sedotti per partito preso dal pregiudizio verso la diversità. È questo infatti, il tratto tipizzante della scuola italiana, del patrio ambiente letterario e conseguentemente della critica.
Spesso visito il sito di Isabella Santacroce e con stupore constato come sia tempestato da messaggi di disturbante odio assoluto che lei, incurante di ciò che gli altri pensano, lascia leggere al pubblico (e per questo motivo non posso che sentir crescere la mia ammirazione). Un vero martirio che versa sangue.
Raramente qualcosa di banale stimola certe reazioni. E quindi tutto si può dire della Santacroce tranne che sia banale. Parimenti del tutto infantile è attribuirle un verso di maniera, quasi che necessariamente, per far rimanere tranquilli i sottosviluppati cervelli di molti sedicenti letterati, sia necessario catalogare ogni scrittore in un genere, in un grado di bellezza.
Isabella Santacroce è una pittrice di parole, un’anima votata alla sensibilità della violenza. Rappresenta occhi che guardano oltre ogni immagine, attraverso le persone, i loro gesti, la loro disumanità. I suoi personaggi sono lei, sono il mondo che la circonda.
Ricordo che quando lessi Destroy il personaggio di Misty entrò nella mia mente come un pugnale. Da allora non se ne è più andato. Di quel libro, in particolare, ho amato la narrazione frammentata, i titoli giganteschi, il concetto di abbandono al destino del nulla, alla distruzione che poi avrei trovato anche in Luminal e V.M.18.
La degradazione non ha nulla a che fare con la scrittura della Santacroce. La sua penna è impugnata da una mano di pittrice, da una musa rinascimentale, da un fantasma che contempla il suo corpo con stupore.
Non mi interessa nulla del glamour di Isabella Santacroce, salvo la repulsione che ho e porto per tutti coloro che l’hanno irrisa, offesa, insultata in tutti questi anni. È facile e d’impareggiabile rozzezza accanirsi contro la semplicità della dolcezza, ma è la cifra dei nostri tempi.
Isabella Santacroce è un poeta, una voce sommessa ma potente quanto un sisma profondo, un albatro che sorvola gli oceani e che ha deciso di non tornare più alla terraferma. È fatta di corpo, di labbra, di capelli orientali, di vestiti originali, di musica, di armonia, di parole, di profumo, di carattere. Quello che altri non hanno né mai potranno possedere.
La scrittura di Isabella Santacroce è vita e basta, la sua. Un frammento di irrealtà misto al metafisico incanto della notte.
Il criticato Lulu Delacroix è una fiaba postmoderna, oltre il postmoderno. È un approccio ad una narrazione antica quanto l’umano, portata alle estreme conseguenze. Un martirio della diversità, la creazione di un angelo impalpabile fatto di zucchero a velo.
Una denuncia dell’incapacità di amare; un appello per l’accettazione del senso tra di noi. Tutti.
Una sfida quella di Isabella Santacroce e noi amiamo chi sfida tutto e prova ad essere se stesso anche sapendo di cadere. Cadere giù, sempre più a fondo, oltre il buio che gli altri non possono vedere perché l’insulto non è una sconfitta ma una celebrazione del coraggio.
Andiamo oltre, Isabella, buttiamo la maschera che portiamo e indossiamone una colorata. Affrontiamo le parole, meditiamole, facciamole passare e ripassare tra le labbra, sulla lingua, tra i denti. Disturbiamo la nostra anima, torturiamola sino all’eccesso di vita. Perché il tremore del sussurro è più potente del pugnale di un assassino.

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un saggio di Marco Arcieri

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